Album profondo come pochi se ne sono ascoltati negli ultimi tempi, con timbri che non hanno età e sono il loro marchio di fabbrica Le undici canzoni del settimo album del gruppo invadono il nostro silenzio attento, mentre l’automobile scala la Superstrada Pedemontana Veneta. È la notte dell’ultima domenica di agosto, e l’ascolto si conclude nell’istante preciso in cui il mese se ne va, con il commento di mio figlio: “Bellissimo, alcuni brani strepitosi, produzione perfetta, ma voglio riascoltarlo bene.” “Perché?” “Non sono sicuro di avere capito tutto.” Rispondo che per comprendere meglio dovrebbe girovagare per Milano con il disco negli auricolari, perché ogni canzone trasuda Milano. Non tutti gli album si possono ricondurre a una specifica città, tantomeno si preoccupano di riflettere il momento storico in cui vengono alla luce. “In fatti ostili” ci riesce invece alla perfezione. Mi torna un ricordo datato 1 maggio 2020: la popolazione chiusa in casa, confusa e spaventata, la conta dei decessi che non dà tregua. Serve qualcosa di collettivo in grado di dare una parvenza di comunità: un amico, coinvolto nell’organizzazione del locale concerto del primo maggio, mi chiede se ho qualcosa da proporre per l’evento online che sta organizzando. Chiamo Carlo Bertotti e gli chiedo il permesso di utilizzare il video di “Disturbano” che i Delta V hanno realizzato in lockdown. Ne è felice, e con lui il resto del gruppo. In testa al filmato, Marti saluta Rovereto, la mia città, e la sua immagine dietro la grata di una finestra è il simbolo di ciò che stiamo attraversando. Un mese dopo il mondo si riaprì, e forse non fu un caso che le prime persone che incontrai a Milano furono proprio Carlo e Marti, insieme al loro manager Luca Bernini. Un pasto finalmente condiviso, in casa, molte parole sul nuovo album in fase di scrittura. È incredibile che siano già trascorsi cinque anni, eppure è vero. Forse, era necessario. In ogni caso, ci siamo, e vi assicuro che è un bellissimo esserci. Questa recensione scontenterà alcuni, perché non descriverò i singoli brani: vorrei lasciare a chi ascolta il piacere della scoperta. Potrei, semmai, narrare la mia sorpresa quando, nel 2020, alcuni provini piovvero sul mio telefono mentre guidavo lungo la strada che da Bergamo sale verso Clusone. Carlo ha la capacità di sparire dai radar per settimane, per poi farsi vivo con due o tre brani nuovi, chiedendo: “Che ne pensi?” Oppure potrei narrare quella serata a Garlasco, una rara occasione di passare un paio d’ore con tutti e tre, visto che Flavio Ferri vive stabilmente a Barcellona da molti anni; e come quella notte si accese una scintilla accecante che è diventata “Raggi B”, il brano al quale partecipa un chitarrista di nome Steve Hackett – e scusate se è poco. O ancora potrei raccontare come il titolo provvisorio del singolo pubblicato nell’aprile 2025 si sia trasfigurato in “Nazisti dell’Illinois”, diventando uno dei titoli più incisivi dell’ultimo periodo. Sono storie che porto con me, frammenti minuscoli del puzzle che lega la mia vita alla musica, ma non è questa, forse, la sede più adatta per loro. Meglio parlare del suono e delle parole di questo disco: meglio ancora, del suono delle parole, intersecando i due insiemi. C’è una cosa che fatico a comprendere, ma è un dato di realtà: alcune band, le più grandi, hanno un sound immediatamente riconoscibile, qualsiasi cosa facciano. Non è soltanto un fatto tecnico, e credo che derivi da un’alchimia acquisita e dal principio della Gestalt che sfida la matematica: il tutto è maggiore della somma delle parti. Accade così che i Delta V suonino invariabilmente come i Delta V, a prescindere da tutto e indipendentemente dal fatto che Marti sia la quinta cantante della loro storia. Si badi bene: non è una critica a chi è venuto prima, anzi, è il riconoscimento di un mezzo miracolo. Il loro suono e il loro approccio sono così personali che se mi sostituissi per trenta secondi a Carlo e suonassi esattamente le sue stesse note, sulla sua tastiera, senza cambiare impostazione, il risultato suonerebbe diverso dal suo. In parole povere, non suonerebbe come i Delta V. Non è un fatto scontato, e non accade spesso. Lo scorso agosto, prima di un concerto, dissi a Marti che considero la sua voce la più adatta in assoluto al repertorio attuale della band. Non tolgo nulla ad Alice, Francesca, Lu e Gi che l’hanno preceduta: sono voci straordinarie che, nella loro diversità, hanno caratterizzato le canzoni in maniera indelebile. Il riferimento è ai Delta V del 2025; volendo andare indietro, anche a quelli del 2019, quando “Heimat” svelò per la prima volta il timbro originalissimo di Marti. Credo che il mio sentire sia legato a come lei inserisce le parole nelle linee melodiche, facendole emergere più che in passato. In questo modo, di quelle parole emerge il significato, insieme allo scavo che le ha generate. Sulle parole si apre però un capitolo delicato. Confesso che negli anni mi sono sempre più allontanato da una certa estetica intellettuale per cui la canzone dovrebbe, a tutti i costi, diventare letteratura. Sia benedetta nei secoli la prima, magnificata la seconda: ma non è scritto da nessuna parte che le due cose debbano coincidere. Anzi, con alcune eccezioni, trasformare tutto forzatamente in poesia rischia di essere un’operazione sterile, che può imprigionare un autore in un ermetismo di avorio dal quale diventa pressoché impossibile evadere. Il cantautorato spesso prende le mosse dall’analisi di un sentimento individuale e si sforza di trasfigurarlo in qualcosa di universale, fruibile da chiunque. È un nobile processo, ma difficile e zeppo di rischi, il maggiore dei quali è l’autoreferenzialità. Ebbene, i testi di “In fatti ostili” rovesciano questo paradigma, accantonando il dolente ripiegarsi su se stessi in favore dell’universale contenuto in uno sguardo rivolto al mondo, prima che alla propria interiorità. Le canzoni del disco sono occhiate dalla finestra, campi larghi, che a un certo punto precipitano misteriosamente, trasformandosi in lettere alle proprie ferite. È un processo opposto a quello canonico: gli sguardi sull’universale nascono carichi di timore se non di dolore, ma finiscono per sublimarsi in qualcosa di individuale. Non è poco, e soprattutto è difficilissimo riuscirci. Mi pare un passaggio fondamentale, perché se il fascino dei primi lavori dei Delta V risiedeva soprattutto nelle sonorità, ora si percepisce l’esigenza potente di dire qualcosa di significativo. Il suono è sempre lì, indelebile e indefinibile (non è solo Pop, non è solo Elettronica, non è Avanguardia: è il suono dei Delta V), ma “Di fatti ostili” si snoda attraverso la narrazione del cambiamento del mondo che ci circonda, ormai pressoché impossibile da paragonare a quello dei loro esordi. “Heimat”, il cui titolo rimandava non tanto alla patria ma all’identità e all’appartenenza, aveva aperto la strada. Il nuovo album la allarga e la percorre in scioltezza, mettendo in campo testi che non possono non fare riflettere. Le parole risuonano perché narrano alla perfezione le nostre vite, e ci riescono perché non temono di suonare diverse in un mondo che sempre più stigmatizza la diversità, favorendo così la divisione e creando polarità che avranno un peso enorme sul nostro futuro. Le parole di queste canzoni premono per uscire, e senza sforzo assumono un significato sociale, che sfocia nel politico senza strizzare l’occhio ad alcuno schieramento. L’esempio migliore del passaggio dallo sguardo sul quotidiano all’interiorità si trova forse in “San Babila ore 20(25)”, un brano le cui radici risalgono a quasi venti anni fa. È la canzone che chiudeva “Pioggia Rosso Acciaio”, e all’epoca era il proclama di una voce robotica sulla quale si innestava a sorpresa quella di Angela Baraldi. La canzone oggi è totalmente cambiata, e gli ascoltatori più attenti la conoscono da qualche anno, perché comparve quasi di nascosto su YouTube, accompagnata da un video. Sono cambiati il testo e l’arrangiamento, è comparsa una melodia che non esisteva, a confermare la mia convinzione che spesso l’ultimo brano di un album indichi una strada verso il futuro. L’esempio testuale a cui mi riferisco emerge nell’ultimo, frenetico ritornello: Una volta si viveva in San Babila ore 20 E poi, sai, Milano spara e la polizia risponde È una questione di colori che se ci pensi sono importanti Possibile che non pensiamo più, che li lasciamo andare avanti? Possibile che non ti amo più, che siamo sempre più distanti? Il passaggio dalla lotta armata alla devastazione dell’amore che si sgretola evoca un salto mortale all’indietro, ma è straordinario, nell’ottica descritta sopra. Così le storie di tutti i giorni si snodano tra il malessere sottile di vivere in una città che tanto somiglia a una nota discoteca-labirinto, solcata da chilometri di metropolitane regolari e alienanti, dove gli amori si tengono per mano, gli extracomunitari si aggirano sperduti, i dubbi di coscienza si affiancano a verità disarmate, mentre ciascuno scava nel proprio dispositivo mobile piuttosto che nel suo simile che gli siede di fronte. Emerge un quieto desiderio di sparizione, alternato al senso di ineluttabilità che attraversa ogni brano del disco, mentre Milano brucia – e ancora non lo sa. In fondo, è un simbolo: Milano siamo noi, con le nostre ansie e le nostre fragili illusioni di felicità. Siamo noi a bruciare, inconsapevoli. “In fatti ostili” è un disco scritto da e per chi nasce storto e accetta che non abbia senso raddrizzare qualcosa che un nonnulla può spezzare. Ma non è un’accettazione passiva: è, piuttosto, una resistenza ferma all’appiattimento dilagante. In fondo, l’invito era già chiaro nel singolo “Nazisti dell’Illinois”: Scorri le classifiche Brucia le classifiche Lo so che non è permesso Ma spara a quel dj Un inchino ai Delta V, dunque, per avere realizzato un album profondo come pochi se ne sono ascoltati negli ultimi tempi, sul binario di musiche che si possono ballare ma che allo stesso tempo feriscono, con timbri che non hanno età e sono il loro marchio di fabbrica, ma suonano del tutto attuali. E una diga di parole granitiche, che gira deliberatamente le spalle alla poesia formale riuscendo così a crearne una nuova, lacerante come l’arte dev’essere e come la vita è. “In fatti ostili” è un album da ascoltare (anche dal vivo) semplicemente per il valore che porta con sé. FONTI DAL WEB









